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L'orizzonte è aperto, e la nostra speranza è che gli apporti siano molti e di valore, nel nome di Stefanini.

Grazie.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 22 Febbraio 2010 08:21)

 

G. Bernardi - Grandezza della filosofia e tragedia della conoscenza

Dal libro: Giacomo Bernardi, La tragedia e la speranza - Discorso sulla conoscenza, Armando editore, Roma 2009 proponiamo  due premesse.

 A 2 1   La grandezza della filosofia

La filosofia talvolta sembra un faticoso percorso in salita, uno sviluppo progressivo e continuo, e senza traguardo certo, di un pensiero nato povero. Ma se non si permette a questa sensazione (non è un pensiero, infatti, né una riflessione) di sovrastare altre considerazioni e persuaderci, allora ci accorgeremo che non è così, anzi: la filosofia nasce da una necessità di verità, dall’esigenza dell’uomo di possedere la verità su se stesso e sul mondo, e di averla traendola da se stesso, dalla propria ragione e dal proprio sentimento, dalla propria esperienza; e per propria volontà.  

              A un certo punto della sua storia l’uomo percepì, e forse capì, che senza la ricerca della verità, e senza la volontà della verità, il suo grande cammino rispetto all’animale rimaneva limitato a ciò che mani e tecnica avevano costruito: le cose.

            Non ci sarebbe stata effettiva frattura qualitativa di specie finchè la risposta sulla verità, sul mondo e sul perché, non fosse data usando uno strumento di stretta pertinenza umana: il Pensiero.

            Qui parve la nobilitate e la grandezza immediata della filosofia: per il pensiero le domande prime erano anche esattamente le domande ultime. In questo senso non fu un faticoso percorso in salita: la verità cercata fu intuita completamente subito: era il Principio di noi e del tutto. Altro che povertà d’approccio! Nacque grande e compiuta nel progetto. Inizio e fine, concreto e astratto, tutto era nell’esigenza della conoscenza. La fatica non fu questa, ma la dimostrazione che ne seguì.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 22 Febbraio 2010 16:25)

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L. STEFANINI La Tempesta del Giorgione e la Hypnerotomachia di F. Colonna

La Fondazione Stefanini, in occasione del cinquecentesimo anniversario della morte di Giorgione e della grande mostra a lui dedicata a Castelfranco, colloca nel sito il saggio di Luigi Stefanini che interpreta la "Tempesta"  del grande pittore alla luce delle suggestioni di un misterioso e affascinante romanzo,  pubblicato per i tipi di Aldo Manuzio nel 1499 e di cui la Biblioteca Comunale di Treviso possiede un prezioso esemplare.

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Ultimo aggiornamento (Giovedì 04 Febbraio 2010 19:09)

 

R. LI VOLSI, il personalismo di L. Stefanini

IL PERSONALISMO DI LUIGI STEFANINI

 

Rocco Li Volsi

 

 

Premessa

Due sono, come si sa, le grandi monografie che Luigi Stefanini ha dedicato a pensatori a lui cari: quella su Platone e quella su Gioberti. Si può dire che nella prima egli abbia proiettato se stesso; che nella seconda, vi si sia ritrovato. Quello che non aveva visto nel filosofo greco lo abbagliò, come luce riflessa in uno specchio, nel tardo platonico italiano.

E tra l’uno e l’altro aveva reso la propria scepsi vibrante di una tensione verso l’oggetto che possedeva e da cui si sentiva posseduto. La sua tensione è tale che tutta l’attività di pensatore da lui svolta non è altro che un impaziente lavoro di scavo per l’eliminazione del divario che sente tra quel possedere ed essere posseduto in rapporto al medesimo Ente.

«Persona – egli dice nella monografia sul filosofo italiano – Persona è per il Gioberti il possesso che l’Ente ha di se stesso come pensiero[1].» Questo, detto dell’Ente assoluto, vale ugualmente per l’ente relativo che è l’uomo. «L’essere è personale – afferma – e tutto ciò che non è personale nell’essere rientra nella produttività della persona, come mezzo di manifestazione della persona e di comunicazione tra le persone[2].» In questa breve espressione è compendiato l’intero personalismo stefaniniano; ma essa è troppo densa perché si possa evitare un lungo discorso. Breve o lungo che sia il discorso, breve o lungo che sia il percorso della ragione, esso ritornerà all’io da cui si è mosso.

 

Ultimo aggiornamento (Martedì 09 Febbraio 2010 21:08)

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G. Cappello Il problema della storia e della storiografia in L. Stefanini

G. Cappello Il problema della storia e della storiografia

da Luigi Stefanini. Dalle opere e dal carteggio del suo Archivio, Europrint, Treviso, 2006, pp.753-757

  

   Il tema della metafisica nelle sue tre dimensioni – arte, forma e persona – ha sempre compreso, come momento teoretico ineliminabile, il problema della storia che Stefanini, però, affronta in modo specifico solo in due saggi: Storia, storicità, storicismo, storiografia e persona ([1]) e La storia è parola dell’uomo ([2]). Nel primo saggio intende chiarire il significato della forma della storicità e della storiografia, collegando il senso della storia al problema fondamentale dell’irrazionale presente nel corso degli avvenimenti al tema della persona, fondatrice di senso e di valori, e dunque al personalismo filosofico ([3]). Dopo una breve analisi dei vari tipi di storia e di storicismo con i classici riferimenti da Dilthey a Heidegger, ai grandi del pensiero antico e moderno, Stefanini precisa le sue considerazioni sulle «dimensioni della storia»: esse sono «le dimensioni della persona, una dimensione orizzontale ed una verticale. Poiché l’atto non consegue l’attualità pura, l’attimo è sempre presente, mai come attimo risolutivo, sempre come attimo che concresce su se medesimo, richiamando su di sé il passato e proiettandosi nel futuro. L’attimo è sempre in sé e fuori di sé. È fuori di sé in quanto non si basta (è ex-statico: cfr. le estasi della temporalità di Heidegger); ed è in sé perché in ciascuna pulsazione della esistenza cosciente cala tutta la persona con la sua unità, identità, spiritualità, con ciò che in essa è trasmediato, transrelato, transdialettico, insomma con ciò che la costituisce quale principio categorizzante. In quanto l’attimo è fuori di sé ha origine la dimensione orizzontale della persona e della storia, ciò per cui il poi succede al prima e gli eventi si distendono nella sequela temporale. In quanto l’attimo è in sé, ha origine la dimensione verticale della persona e della storia e i fatti che si succedono diventano significanti rispetto al principio che li instaura» ([4]).

Ultimo aggiornamento (Lunedì 18 Gennaio 2010 10:54)

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